Mediazione delegata in appello: quali conseguenze se non si esperisce e a carico di chi si pone?

Il mancato esperimento della mediazione delegata vizia irrimediabilmente il processo, impedendo l’emanazione di sentenza di merito (Tribunale Firenze 13.10.2016)

L’invio delle parti in mediazione (c.d. mediazione delegata o disposta dal giudice) costituisce potere discrezionale dell’ufficio che può essere esercitato “valutata la natura della causa, lo stato dell’istruzione ed il comportamento delle parti”, anche in fase di appello, sempreché non sia stata tenuta l’udienza di precisazione delle conclusioni. Ove la mediazione venga disposta, il suo esperimento “è condizione di procedibilità della domanda giudiziale” (art. 5, II co. D.Lgs. citato).

Ne segue che il mancato esperimento della mediazione vizia irrimediabilmente il processo, impedendo l’emanazione di sentenza di merito.

Tanto ha affermato il Tribunale di Firenze con la sentenza in commento, aggiungendo che se si tratta di mediazione demandata dal giudice ai sensi dell’art. 5, co. II del D. Lgs. citato e non di mediazione obbligatoria ante causam ai sensi del I comma della medesima disposizione, non è neppure applicabile il meccanismo di sanatoria ivi previsto in caso di mancata eccezione o rilevazione della suddetta omissione entro la prima udienza di trattazione.


La mediazione delegata in appello


Fermo restando che ai sensi dell’art. 5, co. II, citato, il mancato esperimento della mediazione delegata dal giudice, così come nel caso di mediazione ante causam, comporta la ”improcedibilità della domanda giudiziale anche in sede di appello”, occorre chiedersi se la sanzione processuale in questione riguardi direttamente la domanda sostanziale, azionata dall’attrice in primo grado, secondo un’interpretazione senz’altro più lineare sotto il profilo letterale, ovvero l’impugnazione proposta.

Sul punto il Tribunale premette che la mancata attivazione della mediazione disposta dal giudice costituisce una forma qualificata di inattività delle parti, per avere le stesse omesso di dare esecuzione all’ordine del giudice, che comporta, di regola, l’estinzione del processo, al pari dell’inosservanza dell’ordine giudiziale di integrazione del contraddittorio nei confronti di litisconsorte necessario, della mancata rinnovazione della citazione, della omessa riassunzione del processo, della mancata comparizione delle parti a due udienze consecutive – artt 102, 181, 307 e 309 c.p.c.

L’estinzione, come recita l’art. 310 c.p.c., non estingue l’azione, consentendo alla parte che vede “cadere” il processo a seguito di declaratoria di estinzione, di avviare una nuova iniziativa processuale riproponendo la medesima domanda di merito.

Ma tale regola non vale in caso di giudizio di appello, atteso che, ai sensi dell’art. 338 c.p.c., “l’estinzione del giudizio di appello fa passare in giudicato la sentenza impugnata”, al pari della tardiva costituzione in giudizio dell’appellante (art. 348, I co. c.p.c.), che rende improcedibile l’impugnazione.

In sostanza, la disciplina codicistica del procedimento di appello evidenzia chiaramente che l’unico soggetto onerato ad attivare e “coltivare” il gravame è la parte appellante, che deve porre in essere quegli adempimenti che la legge riconosce indispensabili per l’ammissibilità e procedibilità dell’impugnazione, pena il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado.

Ciò premesso, il Tribunale di Firenze ritiene che l’interpretazione delle disposizioni di cui al D. Lgs. N. 28/10 e s.m.i. in materia di conseguenze dell’omessa mediazione, non possa prescindere dalla particolare natura dei giudizi cui essa si riferisce, come già affermato dal medesimo Giudice nella sentenza 30.10.2014 nella materia dell’opposizione a decreto ingiuntivo, con soluzione che è stata condivisa da numerose pronunce di merito e dalla stessa S.C. con la sentenza n. 24629/15 del 7.10-3.12.2015, sia pure, in forza di percorso interpretativo parzialmente diverso.

Deve pertanto ritenersi che nei procedimenti di appello, così come nell’opposizione a D.I. in primo grado, la locuzione “improcedibilità della domanda giudiziale” debba interpretarsi alla stregua di improcedibilità/estinzione dell’impugnazione (o dell’opposizione nel procedimento ex art. 645 c.p.c.) e non come improcedibilità della originaria domanda sostanziale attorea (ovvero della domanda di condanna di cui all’originario ricorso monitorio). E ciò per le evidenziate ragioni sistematiche che, diversamente, porterebbero ad interpretare l’art. 5, II co. D. Lgs citato in modo incoerente e dissonante con il sistema processuale.”

La correttezza di tale soluzione ermeneutica è confermata dagli effetti “abnormi” che si avrebbero adottando la diversa interpretazione.

Infatti, diversamente opinando, se appellante è l’originario attore in primo grado, o il creditore opposto nell’opposizione a decreto ingiuntivo, l’improcedibilità dell’originaria domanda sostanziale proposta in caso di omesso esperimento della mediazione, avrebbe come effetto quello di porre nel nulla una sentenza sfavorevole allo stesso appellante (originario attore) per una omissione imputabile al medesimo. Il tutto con l’innegabile vantaggio di poter riproporre la medesima domanda sostanziale in nuovo giudizio di primo grado, con, di fatto, “riapertura” dei termini decadenziali assertivi e probatori e conseguimento di nuove ed ulteriori chanches di ottenere una pronuncia di merito favorevole.

Nel caso, invece, di sentenza favorevole all’originario attore, impugnata dal convenuto in primo grado, si addosserebbe a carico del primo, parte appellata, l’onere di esperire la mediazione al precipuo fine di conservare l’efficacia della sentenza di primo grado a lui favorevole; attività quest’ultima certamente contraria ai suoi interessi, in quanto funzionale a far giungere il processo di impugnazione al suo esito fisiologico e cioè alla rivalutazione della decisione di prime cure.

“In conclusione, va quindi affermato che, nel caso di mediazione disposta nel giudizio di appello ai sensi dell’art. 5, II co. D.lgs.n.28/2010, come novellato dal D.L. n. 69/13, conv. nella L. 98/13, e così come nella affine materia del giudizio di primo grado nella opposizione a decreto ingiuntivo, la locuzione “improcedibilità della domanda giudiziale anche in sede di appello”, non può che intendersi nel senso di improcedibilità dell’appello, ovvero dell’opposizione a D.I., con le indicate conseguenze di legge.”


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