Responsabilità civile del medico e della struttura sanitaria

responsabilità medica

FOCUS

Natura della responsabilità medica e prova del danno


La responsabilità può essere intesa come la risposta sanzionatoria alla violazione di un dovere giuridico e si traduce nell’obbligazione imposta dall’ordinamento di riparare i danni causati dalla condotta antigiuridica.
Nell’ambito del diritto civile, la responsabilità assume connotati differenti a seconda della fonte dell’obbligo giuridico violato, distinguendosi in responsabilità contrattuale, se la violazione consiste nell’inadempimento di una specifica obbligazione volontariamente assunta in forza di un preesistente rapporto giuridico o imposta dalla legge e, in responsabilità extracontrattuale o aquiliana, nascente invece dalla violazione del generico obbligo del neminem laedere, ossia del dovere ricadente su ciascun consociato di non arrecare pregiudizio alla sfera giuridica altrui.
Le due forme di responsabilità, accomunate dall’obbligo del danneggiante di porre rimedio al vulnus causato dalla sua condotta, nonché dall’elemento soggettivo del dolo e della colpa, si differenziano tra loro per le peculiari caratteristiche che le connotano e per i diversi regimi giuridici cui sono sottoposte.
In particolare, la responsabilità contrattuale presuppone, come già accennato, la preesistenza di un rapporto giuridico, qualunque ne sia la fonte tra quelle indicate dall’art. 1176 cod. civ., dal quale sorgono obbligazioni che devono essere adempiute così come concordate dalle parti o imposte dalla legge.
Nell’adempimento dell’obbligazione, assumono incisivo rilievo ai fini della determinazione della responsabilità contrattuale, la diligenza, che il debitore deve adottare nell’esecuzione della prestazione e, la correttezza, alla quale deve improntarsi la condotta di entrambe le parti in tutte le fasi del rapporto obbligatorio.
Segnatamente, la diligenza assurge a criterio di determinazione della modalità di esecuzione della prestazione e di imputazione dell’inadempimento. A tal fine, l’art. 1176 cod. civ. dispone che il debitore, nell’adempiere la prestazione, deve usare la diligenza del buon padre di famiglia, intendendosi per tale la diligenza propria dell’uomo medio di impegnarsi per soddisfare l’interesse del creditore che, nell’ipotesi di prestazione da espletare nell’esercizio di un’attività professionale, va valutata con riguardo alla specifica natura di quest’ultima, presupponendo l’adeguata conoscenza delle legis artis proprie della riferita attività e la loro corretta applicazione.
Ulteriore parametro valutativo dell’adempimento è quello della correttezza, consistente nel reciproco dovere delle parti di comportarsi con lealtà e buona fede, attivandosi per tutelare gli interessi della controparte nei limiti dell’apprezzabile sacrificio e non ostacolare il perseguimento dei rispettivi interessi e l’adempimento stesso della prestazione.

Tale condotta, alla quale entrambe le parti devono improntarsi in tutte le fasi del rapporto contrattuale, può incidere sulla responsabilità del debitore, ma anche sul contenuto stesso dell’obbligazione, attraendo nella sfera dell’adempimento, oltre alla prestazione principale e alla qualità e adeguatezza della stessa per soddisfare pienamente l’interesse del creditore, una serie di ulteriori prestazioni non scritte e doveri di protezione nei confronti non solo della sfera giuridica dell’altra parte del rapporto giuridico, ma anche dei terzi estranei, legati al creditore da una relazione di prossimità qualificata, che durante la fase esecutiva dell’obbligazione possono subire pregiudizi suscettibili di ristoro a titolo di responsabilità per inadempimento.
Altro requisito imprescindibile ai fini della valutazione dell’inadempimento e quindi della responsabilità contrattuale, è l’esigibilità della prestazione. Non è tale la prestazione soggetta a termine, dovendo il creditore attendere la scadenza, ai sensi dell’art. 1185 cod. civ., per potere legittimamente esigere l’adempimento.
Qualora l’obbligazione non sia stata adempiuta o esattamente adempiuta entro il termine e con le modalità sopra indicate e comunque convenute, il debitore, previamente costituito in mora mediante intimazione scritta ad adempiere, se prevista nello specifico caso, è tenuto al risarcimento dei danni che sono conseguenza diretta e immediata del suo inadempimento o di fatti dei suoi ausiliari dei quali si sia eventualmente avvalso per l’esecuzione della prestazione (art. 1228 cod. civ.).
A tal fine, l’art. 1218 cod. civ. dispone che il debitore inadempiente è tenuto al risarcimento del danno se non prova che l’inadempimento o il ritardo sia stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.
Il tenore della disposizione in commento, dalla quale emerge il principio della presunzione di colpevolezza del debitore nell’ambito della responsabilità contrattuale, conduce alla conclusione che il creditore che agisce per il risarcimento del danno da inadempimento, ha solo l’onere di provare il titolo costitutivo dell’obbligazione e allegare l’inadempimento del debitore, mentre graverà su quest’ultimo, per andare esente da responsabilità e dal conseguente obbligo risarcitorio, la prova del fatto estintivo dell’obbligazione e, quindi, l’adempimento della prestazione o l’impossibilità oggettiva della stessa (art. 1256 cod. civ.), ricadendo su quest’ultimo anche l’incertezza della causa che ha determinato l’inadempimento.
La rigidità del tenore della norma in tema di onere probatorio, è stata mitigata dalla distinzione operata dalla dottrina e per lungo tempo applicata dalla giurisprudenza, tra obbligazioni di mezzi e obbligazioni di risultato, sottoponendo le stesse ad un diverso regime probatorio, mediante la previsione, con riferimento alle prime, contraddistinte dall’aleatorietà del risultato, dell’onere dell’attore di provare la colpa del debitore e che se quest’ultimo avesse usato una condotta diligente, il risultato sarebbe stato più vantaggioso o addirittura perseguito. Tale distinzione, tuttavia, è stata in ultimo superata dall’orientamento espresso sul punto dalle Sezioni Unite che, nel sottoporla a vaglio critico, hanno affermato che l’obbligazione di mezzi non comporta un adempimento fine a se stesso, essendo anch’esso proiettato al soddisfacimento dell’interesse del creditore e quindi al raggiungimento del risultato, con la conseguenza che anche per tale specifica tipologia di obbligazioni valgono le comuni regole probatorie disciplinate dall’art. 1218 cod. civ.
Ancora occorre, a completamento dell’esame dell’istituto in commento, dedicare un breve spazio di analisi al danno derivante dalla responsabilità contrattuale, limitato, ai sensi dell’art. 1125 cod. civ., ai soli danni prevedibili al momento del sorgere dell’obbligazione, salvo il dolo del debitore. Tali danni, così come dispone l’art. 1123 cod. civ., devono comprendere il mancato guadagno (lucro cessante) e la perdita subita dal creditore in conseguenza dell’inadempimento (danno emergente), dovendosi intendere per “perdita subita”, come affermato dalle Sezioni Unite, intervenute nel 2008 a dirimere il contrasto interpretativo sul punto, sia i pregiudizi patrimoniali che quelli non patrimoniali, purché conseguenti alla lesione di un diritto della persona costituzionalmente garantito e immediatamente riconducibili all’inadempimento.

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Medesimo diritto risarcitorio viene riconosciuto anche in favore del danneggiato da fatto illecito altrui a titolo di responsabilità extracontrattuale, seppur con delle differenze legate al diverso regime giuridico cui è sottoposta tale forma di responsabilità, che nel sanzionare il fatto illecito del quisque de populo, commesso in violazione del generale precetto del neminem laedere, obbliga il danneggiante a ristorare i pregiudizi causati alla sfera giuridica altrui senza che tra questi intercorra un rapporto giuridico o comunque a prescindere da esso.
Dal tenore dell’art. 2043 cod. civ., che disciplina tale forma di responsabilità, si evince che quest’ultima ricorre allorquando un qualunque fatto illecito, commesso con dolo o colpa, abbia causato un danno ingiusto.
Per fatto si intende qualsiasi azione umana, commissiva od omissiva, che viola un obbligo di attivarsi o di astenersi imposto dall’ordinamento, comprendendo anche l’inosservanza delle comuni regole di prudenza, diligenza e perizia. Può trattarsi anche di un fatto materiale indipendente dalla condotta dell’uomo, proveniente ad esempio da una cosa o da un animale dei quali il primo ha un potere dispositivo che gli impone doveri di vigilanza e di azione per evitare pregiudizi a terzi.
Per danno ingiusto, invece, si suole intendere il danno prodotto sine iure, quindi non giustificato dall’ordinamento e, contra ius, ossia lesivo di un interesse giuridico tutelato dall’ordinamento, comprendendo nella riferita accezione sia il danno evento che il danno conseguenza.

Il danno evento identifica i beni giuridici alla cui violazione corre l’obbligo risarcitorio, prima identificati nei soli diritti assoluti e successivamente estesi ai diritti di credito, alle situazioni di fatto come il possesso, fino a ricomprendere anche gli interessi legittimi con lo storico pronunciamento delle Sezioni Unite n. 500/1999.

Il danno conseguenza, invece, riguarda le conseguenze dannose suscettibili di valutazione economica, sia prevedibili che imprevedibili, derivanti dalla lesione del bene, che attribuiscono il diritto al risarcimento.

Tali pregiudizi si distinguono in danni patrimoniali, cioè lesioni al patrimonio economico del soggetto che si estrinsecano nella duplice forma del danno emergente e del lucro cessante (art. 1223 c.c.) e, in danni non patrimoniali, che invece si sostanziano nei pregiudizi agli interessi della persona meritevoli di tutela non aventi rilevanza economica, come il danno biologico, il danno morale e il danno esistenziale (art. 2059 c.c.).
Non tutti i danni, tuttavia, sono risarcibili, essendo necessario che questi siano legati alla condotta antigiuridica da un nesso di causalità, nel senso che la condotta deve essere stata la causa diretta e immediata del danno, in assenza della quale quest’ultimo non si sarebbe verificato.
Per accertare la sussistenza del nesso causale ai fini della responsabilità civile extracontrattuale e della liquidazione del danno (an e quantum debeatur), la cui prova affatto agevole grava sul danneggiato, è necessario accertare una relazione di causalità non solo tra la condotta antigiuridica e il danno ingiusto (c.d. causalità materiale), ma anche tra l’evento e le conseguenze dannose (causalità giuridica).

Tale accertamento, nel silenzio del codice civile, viene operato applicando sia il principio dettato dagli art. 40 e 41 c.p., in forza del quale un evento è da considerare causato da un altro, qualora, ferme restando le altre condizioni richieste dalla legge, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (c.d. teoria della condicio sine qua non), sia il criterio della causalità adeguata, sulla scorta del quale, all’interno della serie causale, occorre dare rilievo solo a quegli eventi che non appaiano ad una valutazione “ex ante” del tutto inverosimili.
In merito, ancora, al grado di certezza da applicare per l’accertamento in sede civilistica del nesso eziologico, la dottrina e la giurisprudenza maggioritaria concordano sulla sufficienza del criterio della probabilità logica, intesa come certezza processuale che si raggiunge vagliando, attraverso un giudizio controfattuale improntato sulla condicio sine qua non, la credibilità delle leggi scientifiche di copertura e statistiche o delle massime di comune esperienza sulla base delle risultanze processuali del caso concreto, escludendo l’incidenza di fattori causali alternativi.
Quanto, infine, all’elemento soggettivo del dolo e della colpa, la loro definizione è stata mutuata anch’essa dal diritto penale, intendendosi per dolo, la coscienza e volontà di realizzare la condotta dannosa e, per colpa, la negligenza, l’imprudenza e l’imperizia ovvero l’inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline.
Ai fini risarcitori, l’onere probatorio di tutti gli elementi costitutivi della responsabilità extracontrattuale, quindi, il fatto illecito, il danno, l’elemento soggettivo e il nesso di causalità, grava sul danneggiato, mentre spetterà al danneggiante fornire la prova contraria.
Questo è uno degli elementi che distingue tale forma di responsabilità da quella contrattuale, i cui giudizi, come già accennato, sono invece caratterizzati da un regime probatorio caratterizzato dall’inversione dell’onere della prova e improntato al principio del favor creditoris.
Altre differenze degne di nota tra i due istituti in commento, riguardano, oltre alla già evidenziata differente fonte dell’obbligazione, la quantificazione del danno, l’istituto della mora e il termine di prescrizione.
Quanto alla valutazione del danno, la norma che disciplina quello ingiusto extracontrattuale è l’art. 2056 c.c., che rinvia alle norme che regolano la medesima materia in tema di responsabilità contrattuale, ad eccezione dell’art. 1225 cod. civ., che limita il risarcimento del danno da inadempimento a quello che poteva prevedersi al tempo in cui è sorta l’obbligazione, salvo il dolo del debitore. Da tanto consegue che il danneggiante, a differenza dell’inadempiente, è tenuto a risarcire sia i danni prevedibili che quelli imprevedibili.
Ulteriore differenza riguarda l’istituto della mora, ossia l’intimazione che si rivolge al debitore di adempiere la prestazione, che l’art. 1219 cod. civ. non indica come necessaria nell’ipotesi di obbligazione derivante da fatto illecito, in quanto in tale ultimo caso si produce automaticamente.
Altro elemento distintivo tra le due forme di responsabilità, è costituito dal termine di prescrizione dell’azione risarcitoria, ben più ampio per l’esercizio dell’azione di condanna a titolo di responsabilità contrattuale, maturando di regola con il decorso del termine decennale dalla verificazione del danno, rispetto a quello quinquennale proprio dell’azione di responsabilità da fatto illecito, ulteriormente ridotto a soli due anni nei casi di danni conseguenti alla circolazione dei veicoli.
Nonostante le differenze strutturali delle due forme di responsabilità sopra esaminate, non sempre è agevole ricondurre all’una o all’altra categoria le conseguenze della condotta antigiuridica, anche in considerazione del progressivo assottigliarsi nel tempo delle linee di demarcazione tra i due istituti, dovuto anche al fenomeno avvertito in questi ultimi quindici anni della c.d. contrattualizzazione della responsabilità aquiliana, mediante l’attrazione nella sfera della responsabilità per inadempimento di fattispecie prima rientranti nell’ambito della responsabilità extracontrattuale.

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Tale ultimo fenomeno è stato avvertito con maggiore evidenza in materia di responsabilità medica, che oggi, a seguito di una radicale trasformazione dell’istituto, può essere ritenuta una sorta di sottosistema della responsabilità civile, in quanto caratterizzata da regole uniformi frutto di una interpretazione sistematica e costituzionalmente orientata delle disposizioni in materia operata dal diritto vivente, teleologicamente ispirata ad offrire al danneggiato una maggiore e più incisiva tutela del diritto alla salute, inteso come bene inviolabile dell’individuo e interesse dell’intera collettività.
I motivi sottesi all’accennata progressiva metamorfosi, scaturiscono dal fatto che in tema di responsabilità medica entrano in gioco interessi, doveri e rapporti eterogenei suscettibili di essere inquadrati tanto nell’ambito della responsabilità contrattuale quanto in quella aquiliana, atteso che l’interesse del paziente che si rivolge alla struttura sanitaria, non è limitato a ricevere solo le cure necessarie per migliorare il proprio stato di salute, comprendendo anche l’interesse a non subire pregiudizi alla salute stessa e alla propria libertà di autodeterminazione, ai quali corrispondono in modo speculare specifici doveri di protezione in capo ai sanitari nei confronti non solo del paziente, ma anche dei terzi a questo legati da rapporti intimi, familiari o comunque da una relazione qualificata, che non sempre è agevole inquadrare in una determinata categoria dogmatica.
Il punto più spinoso e problematico del fervente lavoro di ricostruzione e adattamento delle norme alla responsabilità medica, ha riguardato la qualificazione del vinculum iuris tra struttura sanitaria, medico e paziente ai fini dell’inquadramento dogmatico delle relative responsabilità.
In particolare, con riguardo al rapporto tra paziente e struttura sanitaria, in passato l’orientamento della giurisprudenza è stato oscillante, atteso che, a fronte di una linea di pensiero che qualificava il riferito rapporto come contrattuale, anche se non intercorrente direttamente con il medico che effettuava materialmente la prestazione sanitaria, vi era un contrapposto filone che riconosceva natura contrattuale solo ai rapporti intercorrenti tra paziente e struttura sanitaria privata, non anche quindi con quella pubblica, in quanto si riteneva che in tal caso il rapporto originasse da un atto amministrativo emanato dall’Amministrazione in qualità di gestore di un pubblico servizio. Questa distinzione è stata superata dal successivo orientamento giurisprudenziale, consolidatosi sul riconoscimento della natura contrattuale al rapporto tra paziente e struttura sanitaria, riconducendo al medesimo ambito contrattuale la relativa responsabilità, sul presupposto del diritto del primo a ricevere la prestazione sanitaria e dell’obbligo della seconda di erogarla, senza assumere alcun rilievo la natura giuridica della struttura a fronte della delicata funzione del servizio a tutela del diritto alla salute, che per tale ragione non può soffrire trattamenti discriminatori.
Quanto alla natura del vincolo contrattuale intercorrente tra paziente e struttura sanitaria pubblica, privata o convenzionata, dopo un’iniziale qualificazione dello stesso come contratto di prestazione d’opera professionale, strettamente legato, in forza del rapporto di immedesimazione organica, all’attività del medico che materialmente erogava la prestazione sanitaria, oggi la giurisprudenza di merito e di legittimità concorda ad inquadrarlo nello schema del contratto atipico di spedalità o di assistenza sanitaria. Ciò sul presupposto che la struttura sanitaria, attraverso l’operato del personale medico e ausiliario di cui si avvale in forza di un rapporto di lavoro subordinato o di altro tipo di contratto anche di collaborazione, si fa carico non solo di eseguire prestazioni di diagnosi e cura (prestazione principale), ma anche di espletare ulteriori prestazioni eterogenee di assistenza post operatoria, somministrazione di medicinali, servizi alberghieri e di sicurezza delle attrezzature messe a disposizione anche per fronteggiare le emergenze.
La qualificazione del rapporto in siffatti termini, ha portato, quindi, alla definitiva autonomizzazione della responsabilità della struttura sanitaria rispetto a quella del medico che opera al suo interno, dovendo la riferita struttura rispondere a titolo di responsabilità contrattuale, non più solo nel caso di accertamento della colpa del sanitario nell’esecuzione della prestazione, ma anche dei pregiudizi arrecati al paziente a causa dell’inefficienza organizzativa dell’ente e della inadeguatezza della struttura e dei macchinari.
La responsabilità contrattuale della struttura sanitaria ricorre, quindi, anche per i danni occorsi al paziente riconducibili a errore del medico che opera al suo interno senza alcun vincolo di subordinazione con la stessa, come nel caso del medico specialista prescelto dal paziente che si appoggia alla struttura per espletare la prestazione in adempimento di un contratto di prestazione professionale concluso con il paziente. In tale ipotesi risponderanno in solido a titolo di responsabilità contrattuale, sia il medico, sia la struttura sanitaria, che si avvale dell’operato del primo per l’espletamento della propria attività.
Una profonda evoluzione di matrice pretoria ha subito anche il rapporto tra paziente e medico operante all’interno della struttura pubblica in forza di un rapporto di lavoro subordinato. Infatti da un’iniziale riconoscimento in capo al professionista sanitario nel caso di danni arrecati al paziente, di una responsabilità avente natura esclusivamente extracontrattuale per la mancanza di un vinculum iuris con il paziente, si è progressivamente passati ad attrarre anche la malpractice del medico nell’alveo della responsabilità contrattuale. Ciò al precipuo fine di applicare alla realtà una fattispecie giuridica quanto più possibile coerente e al contempo garantire una tutela più agevole e ampia in sede giudiziale al paziente danneggiato, altrimenti costretto a sottostare al gravoso ricorso alla duplice azione risarcitoria contrattuale e aquiliana nei confronti rispettivamente della struttura sanitaria e del medico dipendente, con le conseguenti intuibili difficoltà anche in tema di onere probatorio.
A sostegno della natura contrattuale della responsabilità del medico, che a causa del suo operato arreca danni al paziente, si è preliminarmente evidenziata l’incongruenza della fattispecie giuridica generatrice della responsabilità aquiliana rispetto alla situazione di fatto che si viene a creare tra paziente e medico dipendente della struttura sanitaria pubblica. Quest’ultimo, infatti, non può essere ritenuto alla stessa stregua del quisque de populo dal quale pretendere un semplice non facere, avuto riguardo alla natura della specifica attività esercitata, volta a salvaguardare e migliorare la salute del paziente, che impone ben più stringenti doveri di azione, da adempiere indipendentemente dalla posizione rivestita all’interno della struttura sanitaria e dalla esistenza di un formale contratto.
Al contempo è stato osservato che la qualificazione extracontrattuale della responsabilità del medico, condurrebbe alla irragionevole limitazione di quest’ultima ai soli casi in cui la sua condotta negligente produca un danno al paziente, non anche quando quest’ultimo non ne abbia ricevuto un beneficio alla propria salute, che avrebbe dovuto conseguirsi secondo le regole dell’arte medica.
Con riguardo, invece, alla natura giuridica dell’obbligazione del medico dipendente della struttura sanitaria, l’orientamento della dottrina e della giurisprudenza, prima della storica sentenza della Suprema Corte n. 589/1999, non è stato uniforme.
Parte della dottrina, infatti, ha ricondotto la fonte dell’obbligazione al contratto a favore di terzo, sul presupposto che il contratto intercorrente tra la struttura sanitaria pubblica e il medico dipendente, prevedesse l’obbligo di quest’ultimo di espletare la prestazione nei confronti del paziente, terzo rispetto al rapporto intercorrente tra i predetti soggetti. Questa tesi, tuttavia, non è risultata convincente sia perché il legame giuridico tra ente ospedaliero e medico non è costituito da un contratto ma da un rapporto di pubblico impiego e sia per la dirimente circostanza che il paziente danneggiato, quando invoca tutela risarcitoria, si avvale del contratto di spedalità concluso tra quest’ultimo e la struttura sanitaria, del quale il predetto è parte e non terzo.
Altra parte della dottrina ha ritenuto, invece, ammissibile ricondurre l’obbligazione del sanitario alla fattispecie del contratto con effetti protettivi nei confronti del terzo, assumendo che in tale ipotesi il paziente, pur non potendo esigere l’adempimento dell’obbligazione nascente dal rapporto di lavoro subordinato tra l’ente ospedaliero e il medico, rispetto al quale egli è terzo, ha comunque diritto a che la prestazione venga comunque espletata con diligenza al fine di non subire pregiudizio alla propria sfera giuridica. Anche questa teoria non ha avuto seguito, essendo stato a ragione opposto che il paziente ha comunque diritto alla prestazione sanitaria, al cui espletamento sono obbligati sia l’ente ospedaliero in forza del contratto di spedalità concluso con il paziente stesso, sia il medico in forza del rapporto di lavoro subordinato che lega quest’ultimo all’ente.
L’ulteriore tesi elaborata dalla dottrina che ha avuto questa volta ampio consenso anche da parte della giurisprudenza, è stata quella che ha ricondotto la natura contrattuale della prestazione del medico ospedaliero alla “obbligazione senza prestazione ai confini tra contratto e torto”, che impone al medico, in ragione degli obblighi di cura nascenti dall’arte che professa, di eseguire la prestazione nei confronti del paziente a prescindere dall’esistenza di un formale vinculum iuris, rispondendo di culpa in non facendo nell’ipotesi di omesso o non diligente intervento.
Come accennato, tale ultima linea di pensiero è stata ampiamente condivisa dalla giurisprudenza, che a quest’ultima si è ispirata nella elaborazione della teoria del c.d. contatto sociale, contenuta nella storica sentenza Cass. Civ. n. 589/99, che tutt’oggi pare resistere nonostante il lapidario tenore dell’art. 3 della Legge Balduzzi.
Con il riferito pronunciamento, la Suprema Corte, nell’evidenziare che ai sensi dell’art. 1173 cod. civ. la fonte dell’obbligazione può essere costituita anche da ogni atto o fatto idoneo a produrla e che nella realtà producono effetti taluni contratti nulli e solo in virtù del semplice contatto sociale, rapporti di origine contrattuale non formalizzati, ha affermato che in questi casi si deve fare riferimento ad un rapporto contrattuale di fatto o da contatto sociale, che fa sorgere obbligazioni sottoposte alle medesime regole dell’obbligazione contrattuale.
È questo il caso, a parere della Corte, del medico dipendente della struttura sanitaria pubblica, che in ragione dell’arte che professa a salvaguardia del diritto alla salute tutelato dall’art. 32 Cost, una volta entrato mediante il suo intervento in contatto con il paziente, che a lui si affida in ragione della sua professionalità, è obbligato ad apprestare al medesimo le cure con la perizia richiesta dall’ars medica anche se a questo non è legato da un formale vinculum iuris.
Da tanto consegue che dei danni arrecati al paziente a causa dell’errore professionale del medico dipendente della struttura sanitaria pubblica, risponderanno entrambi in via solidale a titolo di responsabilità contrattuale nei confronti del danneggiato. Segnatamente, il medico risponderà ai sensi dell’art. 1218 cod. civ. per inadempimento delle obbligazioni derivanti dal contatto sociale e la struttura sanitaria per l’inadempimento delle obbligazioni scaturenti del contratto atipico di spedalità concluso con il paziente al momento dell’accettazione presso la struttura sanitaria, con il quale quest’ultima si fa carico di eseguire la prestazione rispondendo in via diretta anche della negligenza dei suoi ausiliari ai sensi dell’art. 1228 cod. civ.
La teoria del contatto sociale, per lungo tempo seguita dalla giurisprudenza in modo uniforme, è stata in ultimo messa in discussione a seguito dell’entrata in vigore del Decreto Legge n. 13.09.2012, n. 158 convertito in Legge n. 189 dell’08.11.2012 (Legge Balduzzi) che all’art. 3 comma 1, nel disporre che l’esercente la professione sanitaria non risponde penalmente per colpa lieve se si attiene a linee guida e a buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, aggiunge che “In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’art. 2043 del codice civile. Il giudice anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo”.
La ratio della disposizione in commento, emanata a seguito dell’aumento esponenziale delle controversie in pregiudizio degli esercenti la professione sanitaria per malpractice medica, è stata quella di contenere la spesa pubblica ponendo rimedio, attraverso l’alleggerimento della responsabilità dei medici, al fenomeno della c.d. medicina difensiva, consistente nel sempre più frequente ricorso cautelativo a prescrizioni diagnostiche e sanitarie spesso non necessarie.
La finalità della norma e l’espresso richiamo in essa contenuto all’art. 2043 cod. civ., condurrebbe a ritenere che l’intenzione del Legislatore sia stata quella di alleggerire la responsabilità del medico, non solo in ambito penale con l’introduzione della scriminante, ma anche in sede civile riconducendo la responsabilità del medico nell’alveo di quella extracontrattuale.
Tuttavia, anche se così fosse, non essendo ancora stato sopito il contrasto interpretativo sul punto, l’ambito di operatività della disposizione in commento va comunque circoscritto in sede civile alla sola posizione del medico dipendente della struttura sanitaria non legato al paziente da un vinculum iuris, rimanendo fermo e immutato l’inquadramento nell’ambito contrattuale ex art. 1218 e ss. cod. civ., sia della responsabilità della struttura sanitaria pubblica, privata o convenzionata, che continuerà a rispondere dei danni al paziente anche per fatto del proprio personale medico e ausiliario, sia del medico che all’interno della stessa opera in adempimento di un contratto di prestazione d’opera professionale con il paziente.

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Author: Avv. Stefania Giordano

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Diritto Civile e Commerciale, Processo Civile telematico.
Abilitata all’esercizio della professione forense nel 1999, esercita l’attività professionale a Palermo nell’ambito del diritto civile e commerciale.
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E’ autrice della web app “Gli adempimenti nel processo civile telematico” e delle seguenti guide pubblicate nei siti nostralex.it e diritto.it:
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Schede Pratiche dell’Avvocato Telematico – Notifica pec dell’atto introduttivo e iscrizione a ruolo telematica della causa;
Guida pratica alla ricerca telematica dei beni da pignorare ex art. 492bis c.p.c.

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