Buona fede e abuso del diritto

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Buona fede e abuso del diritto: ratio ed evoluzione giurisprudenziale di due istituti cardine del diritto civile 


Il concetto di buona fede assume nel nostro ordinamento molteplici significati ed è compreso in svariate disposizioni del codice civile per designare una pluralità di istituti caratterizzati da una diversa ratio legis.

In particolare, la buona fede si suole distinguere in soggettiva e oggettiva.


1. LA BUONA FEDE SOGGETTIVA

La buona fede soggettiva è intesa come la convinzione di agire secondo diritto o di non ledere l’altrui sfera giuridica o ancora come affidamento verso una situazione giuridica apparente difforme da quella reale.

Gli effetti giuridici che la legge collega a tale stato soggettivo sono certamente favorevoli nei confronti del soggetto in buona fede, in quanto possono consistere, a seconda degli specifici casi, nella conservazione degli effetti giuridici nei quali il soggetto aveva confidato ovvero nella limitazione o esclusione della responsabilità.

Esempi emblematici si rinvengono negli istituti del matrimonio putativo, dell’acquisto a non domino o ancora nella circolazione dei titoli di credito e nel pagamento al creditore apparente.


2. LA BUONA FEDE OGGETTIVA

Dalla buona fede soggettiva si distingue la buona fede oggettiva, che assurge a regola di condotta e segnatamente al dovere di comportarsi secondo correttezza. In particolare, il legislatore del 1942, riferendosi alla buona fede impone alle parti dell’obbligazione di modellare il reciproco comportamento ai canoni di lealtà e probità al fine di porre in essere una condotta che non si limiti a soddisfare gli interessi soggettivi sottesi alla complessiva operazione negoziale, ma che ulteriormente realizzi la superiore finalità di assicurare uno spostamento della ricchezza conforme a giustizia.

C’è chi iscrive la buona fede nel sistema dei valori costituzionali e segnatamente nel principio di solidarietà ex art. 2 Cost., tesi quest’ultima oggi pacificamente accolta dalla giurisprudenza.

Come già evidenziato, la nozione di buona fede in senso oggettivo, intesa come obbligo delle parti di comportarsi con onestà e lealtà, coincide con quella di correttezza, che secondo parte della dottrina costituisce un criterio di valutazione offerto al giudice del comportamento adottato dalle parti nello svolgimento dell’obbligazione, onde verificare se i valori espressi dall’ordinamento siano stati realizzati e rispettati nell’attuare il regolamento contrattuale (teoria valutativa).

A tale concezione se ne contrappone un’altra propugnata dai sostenitori della teoria precettiva, secondo cui la buona fede opera come criterio di valutazione primario, determinando a priori delle modificazioni nel regolamento contrattuale tramite la costituzione di specifici obblighi assistiti da autonome azioni di adempimento, inibitorie e risarcitorie.

Alla prima concezione ha aderito la giurisprudenza più risalente e ormai superata che ravvisava nella buona fede una norma giuridica sub-primaria intesa come sintesi di regole di condotta definite aliunde e inidonea a essere applicata in assenza di specifiche disposizioni.

Al secondo orientamento, invece, ha aderito la giurisprudenza più recente che valorizzando il ruolo della clausola generale di correttezza, ha eletto la stessa a principio cardine delle relazioni contrattuali e il ruolo di fonte autonoma di obbligazioni non pattuite espressamente nell’ambito del contratto, ma nascenti dalla buona fede. Quest’ultima, in particolare, assurge a fonte autonoma di obbligazioni dalla quale discendono obblighi di esecuzione di prestazioni non previste, la tolleranza rispetto a modifiche della prestazione che non compromettono la sostanziale utilità della stessa, obblighi di informativa e il corretto esercizio del potere discrezionale.

L’affermarsi della teoria precettiva ha indotto un orientamento a concepire la buona fede come strumento idoneo a invalidare il contratto qualora le parti assumano comportamenti contrari a buona fede. A sostegno di tale orientamento è stata operata una lettura combinata degli artt. 1175 e 1322 comma 2 cod. civ. con l’art. 2 Cost., assumendo che il vaglio di meritevolezza del contratto debba avvenire anche alla luce del criterio di correttezza, nel senso che il contratto per essere valido, oltre a essere esente da vizi formali, deve produrre un risultato giusto e conforme a buona fede.

La tesi in esame, quindi, segna il passaggio della buona fede da regola di condotta fonte di responsabilità a regola di validità contrattuale, idonea a invalidare il contratto concluso in assenza di buona fede o in contrasto a essa attraverso lo strumento della nullità virtuale ex art. 1418 comma 1 cc.


3. DISTINZIONE TRA REGOLE DI CONDOTTA E REGOLE DI VALIDITA’ DEL CONTRATTO

La teoria della buona fede come criterio di validità del contratto non è stata accolta dalla dottrina e dalla giurisprudenza maggioritaria che opera una netta distinzione tra regole di condotta e regole di validità, attendendo le prime a obblighi reciproci di comportamento, mentre le seconde alla struttura del negozio e agli oneri da osservare per la valida conclusione del contratto.

Distinzione che rileva anche dal punto di vista funzionale, in quanto le regole di validità hanno lo scopo di garantire la certezza dei rapporti giuridici, essendo espressioni del principio di legalità, mentre le regole di condotta non sono tipizzate dal legislatore, ma si definiscono attraverso le regole sociali di comportamento e attengono alla fase dinamica di esercizio dei poteri delle parti nell’ambito della loro autonomia negoziale.

Da ciò discende, ad esempio, che la violazione degli obblighi informativi da parte dell’intermediario finanziario non rendono nullo il contratto di investimento, sia perché la nullità del contratto in siffatta ipotesi non è prevista dal legislatore, sia perché l’informativa precontrattuale non costituisce un elemento essenziale del contratto. Non è neppure invocabile la nullità virtuale, perché le norme imperative che impongono gli obblighi di informazione non si riferiscono all’atto negoziale ma al comportamento delle parti.

Da tanto discende che la violazione delle regole di condotta è causa di responsabilità contrattuale o precontrattuale, mentre la violazione delle regole di validità, incidendo sulla genesi del contratto, determinano la nullità dello stesso.


4. GLI OBBLIGHI DI PROTEZIONE

La buona fede oggettiva costituisce, altresì, il referente normativo degli obblighi di protezione, intesi come il dovere di salvaguardare la sfera giuridica della controparte in modo da evitare che dal proprio comportamento possano derivare pregiudizi per quest’ultima e la cui violazione comporta la responsabilità per i danni cagionati.

Gli obblighi di protezione si inseriscono tra le fonti di responsabilità da inadempimento e aquiliana e attraggono nella sfera della prima danni cagionati alla controparte che altrimenti troverebbero tutela nel divieto del neminem laedere.


5. L’ABUSO DEL DIRITTO

Dalla buona fede oggettiva sorge anche l’altro istituto del divieto di abuso del diritto, che sanziona il titolare di una posizione giuridica soggettiva di vantaggio, che la esercita per finalità o con modalità tali da ledere ingiustificatamente e in modo sproporzionato gli interessi di un altro soggetto.

Il canone di buona fede, infatti, impone di tenere conto degli interessi della controparte salvaguardandoli con il solo limite di un sacrificio apprezzabile alla propria sfera giuridica.

Tanto il divieto di abuso del diritto quanto gli obblighi di protezione trovano il proprio referente costituzionale nell’art. 2 Cost. che sancisce il dovere inderogabile di solidarietà.

Con specifico riguardo all’istituto dell’abuso del diritto occorre premettere che lo stesso non ha un fondamento normativo espresso, non essendovi una specifica norma del codice civile che lo disciplini, pur essendo ricavabile, quale principio generale dell’ordinamento, da una molteplicità di norme.

In verità, che il divieto di abuso del diritto assurga a principio generale dell’ordinamento non è affatto pacifico in dottrina e in giurisprudenza, che difatti si è interrogata sulla sussistenza di tale principio, secondo il quale il diritto non può essere esercitato per finalità che eccedono i limiti stabiliti dalla legge in assenza di uno specifico referente normativo.

Sul punto, un orientamento dottrinale e giurisprudenziale afferma che l’abuso del diritto, in forza del brocardo “qui suo iure utitur neminem laedit”, si configura solo nei casi espressamente previsti dalla legge, in quanto nell’ordinamento manca un principio generale che lo preveda anche perché la sua presenza renderebbe incerta la realizzazione del diritto e il suo esercizio.

L’orientamento più recente della dottrina e della giurisprudenza, invece, ammette l’esistenza nel nostro ordinamento del principio generale del divieto di abuso del diritto, ritenendo essere una categoria generale nella quale rientra ogni ipotesi in cui il diritto cessa di ricevere tutela poiché esercitato oltre i limiti stabiliti dalla legge.

Nello specifico, il divieto di abuso del diritto costituisce un limite esterno all’esercizio potenzialmente pieno e assoluto del diritto soggettivo e impone il divieto di esercitare o rivendicare un diritto che, pur spettando in astratto al titolare, in concreto non comporta alcun vantaggio per quest’ultimo degno di tutela e al contempo arreca un danno a carico del soggetto contro il quale il diritto viene esercitato. La giurisprudenza, infatti, definisce l’istituto come esercizio del diritto senz’altro scopo che quello di ledere l’altrui sfera giuridica o arrecare molestia.

Quanto alla fonte normativa del divieto di abuso del diritto, l’orientamento tradizionale lo riconduce nel divieto di atti emulativi ex art. 833 cc che vieta al proprietario di compiere atti il cui scopo esclusivo è quello di recare danno o molestia ad altri. Ciò si verifica, secondo alcuni, quando vi è la totale assenza di utilità dall’atto compiuto e l’animus nocendi o aemulandi, mentre secondo altro orientamento allorquando vi è sproporzione tra il pregiudizio altrui e l’utilità conseguita.

Il divieto di abuso del diritto è ricavabile anche da altre norme del codice civile, quali l’art. 1438 cc (minaccia di far valere un diritto), l’art. 2598 (divieto di concorrenza sleale), l’art. 330 (abuso della potestà genitoriale) e l’art. 2793 (abuso della cosa da parte del creditore pignoratizio).

Dalla disamina delle indicate norme, l’abuso del diritto si realizza quando il diritto viene esercitato dal suo titolare in modo non confacente e per finalità diverse alla funzione economico sociale per la quale è stato riconosciuto e tutelato dall’ordinamento.

 

 


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Avv. Stefania Giordano

Author: Avv. Stefania Giordano

Area di competenza:
Diritto Civile e Commerciale, Processo Civile telematico.
Abilitata all’esercizio della professione forense nel 1999, esercita l’attività professionale a Palermo nell’ambito del diritto civile e commerciale.
E’ componente dell’Associazione Centro Studi Processo Telematico – CSPT – che riunisce numerosi studiosi di informatica giuridica e processo telematico. Nata dall’idea di costituire un osservatorio permanente sulla informatizzazione dell’attività giudiziaria in materia civile, penale, amministrativa, contabile e tributaria, abbraccia tutti i campi dell’informatica giuridica con il preciso scopo di divulgare le conoscenze in questa materia. http://www.cspt.pro/
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Schede Pratiche dell’Avvocato Telematico – Notifica pec dell’atto introduttivo e iscrizione a ruolo telematica della causa;
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