Equa riparazione: è definitiva la sentenza viziata da errore materiale?

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Decorrenza del termine del ricorso per equa riparazione

(Cassazione Civile Sent. Sez. 6 n. 17727 del 07.09.2016)


justiceDopo un giudizio definito in Cassazione in 31 anni, la parte vittoriosa ricorre alla Corte d’appello di Potenza per la condanna del Ministero della Giustizia al pagamento dell’indennizzo per la irragionevole durata del processo.

La Corte d’Appello, tuttavia, dichiara la domanda improponibile per inosservanza del termine semestrale di cui all’art. 4 della legge n. 89 del 2001, atteso che il giudizio presupposto si era concluso con sentenza depositata dieci anni prima.

La decisione viene confermata anche in sede di opposizione, all’uopo proposta dai ricorrenti ai sensi dell’art. 5-ter della legge n. 89 del 2001, ritenendo il Collegio ininfluenti ai fini del decorso del termine per la proposizione del giudizio per equa riparazione, il fatto che successivamente siano state emesse (nel 2012 e nel 2014) due ordinanze di correzione di errore materiale delle sentenze di primo grado e di appello, in quanto il termine semestrale di cui all’art. 4 della legge n. 89 decorre dal momento del passaggio in giudicato della sentenza che ha definito il giudizio presupposto (nella specie avvenuto il 5 maggio 2004).

Proposto ricorso per la cassazione del pronunciamento, i ricorrenti in tale sede lamentano che la decisione può ritenersi definitiva solo se è idonea ad assicurare l’effettiva realizzazione del diritto azionato, atteso che, come affermato anche da Corte Cass. n. 19435 del 2005, l’espressione decisione definitiva di cui all’art. 4 L. 89/2001 non coinciderebbe con quella di sentenza passata in giudicato, ma con il momento in cui il diritto azionato trova effettiva realizzazione. Quindi, se la sentenza è viziata da errori materiali che impediscono di porla in esecuzione, è dal momento della correzione che si sarebbe in presenza di una decisione definitiva, in quanto solo da tale momento può essere soddisfatta la pretesa azionata.

Non è dello stesso avviso la Corte di Cassazione che, nel rigettare il ricorso, espone che effettivamente nella giurisprudenza della Corte di legittimità si rinviene il principio per cui il diritto di ogni persona a che la sua causa sia esaminata in un tempo ragionevole, consiste nella garanzia di ottenere, in un tempo ragionevole appunto, concreta soddisfazione in giudizio delle proprie ragioni, ovvero contezza dei motivi per cui queste non debbano essere accolte.

In tale prospettiva, l’espressione “decisione definitiva”, contenuta nell’art. 4 della legge n. 89 del 2001, non coincide con quella di sentenza passata in giudicato, ma indica il momento in cui il diritto azionato ha trovato effettiva realizzazione: onde il diritto all’equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata del processo, ai sensi della citata legge n. 89 del 2001, è configurabile anche in relazione al procedimento di esecuzione e ai fini della sua insorgenza viene in rilievo il tempo occorso per l’attività di qualsiasi organo dello Stato, oggettivamente incidente sulla definitiva risposta, in termini di effettività, alla domanda di giustizia del cittadino.

Ne consegue che, ai fini dell’accertamento della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, deve computarsi nel periodo di durata complessiva del giudizio anche il tempo occorso per ottenere, con distinta procedura, la correzione di un errore materiale della sentenza che rendesse quest’ultima ineseguibile (Cass. n. 19435 del 2005).

Tuttavia, in successive pronunce si è chiarito che è predicabile la continuità tra il procedimento di cognizione e quello di esecuzione solo se l’azione esecutiva venga iniziata nel termine di sei mesi dalla decisione che definisce il giudizio di cognizione ed è suscettibile di esecuzione.

In particolare, le Sezioni Unite hanno di recente affermato il principio per cui «ai fini dell’equa riparazione per irragionevole durata, il procedimento di cognizione e quello di esecuzione devono essere considerati unitariamente o separatamente in base alla condotta di parte, allo scopo di preservare la certezza delle situazioni giuridiche e di evitarne l’esercizio abusivo. Pertanto, ove si sia attivata per l’esecuzione nel termine di sei mesi dalla definizione del procedimento di cognizione, ai sensi dell’art. 4 della 1. n. 89 del 2001, la parte può esigere la valutazione unitaria dei procedimenti, finalisticamente considerati come unicum, mentre, ove abbia lasciato spirare quel termine, essa non può più far valere l’irragionevole durata del procedimento di cognizione, essendovi soluzione di continuità rispetto al successivo procedimento di esecuzione» (Cass. Sezioni Unite n. 9142 del 2016).

Orbene, come già affermato dalla Corte di legittimità, ai fini della decorrenza del termine di cui all’art. 4 della legge 24 marzo 2001, n. 89, il cui dies a quo è segnato dalla definitività del provvedimento conclusivo del procedimento nell’ambito del quale si assume violata la ragionevole durata del processo, occorre aver riguardo al momento del deposito della decisione della Corte di cassazione, la quale, nel caso di rigetto (o dichiarazione di inammissibilità) del ricorso, determina il passaggio in giudicato della sentenza (Cass. n. 21863 del 2012; Cass. 4382 del 2013).

Del resto, la correzione di errore materiale della sentenza del Tribunale ben avrebbe potuto essere richiesta subito dopo il suo deposito, anche nel giudizio di appello, ovvero nella immediatezza del deposito della sentenza di appello e comunque nell’indicato termine semestrale dal deposito della sentenza della Corte di Cassazione che ha definito il giudizio.

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