Danno non patrimoniale e danno tanatologico: i chiarimenti delle Sezioni Unite

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Danno tanatologico: voci di danno e limiti risarcitori


Il danno non patrimoniale, avente ad oggetto la lesione di interessi di natura personale del soggetto, è disciplinato dall’art. 2059 c.c., che sancisce il principio della tipicità di tale forma di danno, in quanto risarcibile nei soli casi previsti dalla legge.
Sulla scorta di tale dettato normativo, il danno non patrimoniale era originariamente inteso solo come danno morale soggettivo e, segnatamente come pretium doloris conseguente ad un fatto costituente reato.
Successivamente, con l’avvento della Carta Costituzionale e la progressiva affermazione della centralità nell’ordinamento della persona e dei diritti fondamentali alla stessa riconducibili, il danno non patrimoniale ha acquistato un’accezione lata, comprensiva di tutti i danni correlati alla lesione di interessi meritevoli di tutela e costituzionalmente protetti.
Anche tale categoria di interessi, prima circoscritta ai soli diritti assoluti per lo più di natura patrimoniale, è stata con il tempo arricchita con l’inclusione dei diritti relativi, delle situazioni di fatto come il possesso e la detenzione qualificata, nonché della chance e in ultimo anche degli interessi legittimi.
A tale approdo rivoluzionario è pervenuta la nomofiliachia, che nel fornire una lettura costituzionalmente orientata degli artt. 2043 e 2059 c.c., ha in primis dato ampio risalto al concetto di danno ingiusto contenuto nella prima disposizione normativa, intendendo quest’ultimo come conseguenza della lesione di un interesse giuridicamente rilevante, che a prescindere dal suo inquadramento dogmatico, è meritevole di tutela per l’Ordinamento.
In secundis, ha inteso il danno non patrimoniale risarcibile, non solo come danno morale soggettivo e quindi come turbamento dell’animo determinato da fatto illecito costituente reato, ma in un’accezione più ampia di lesione di interessi inerenti la persona non connotati da patrimonialità, meritevoli di riparazione mediante indennizzo, quale forma minima di tutela non assoggettabile a limiti normativi.
In merito, è stato osservato che il rinvio alla legge operato dall’art. 2059 c.c. per l’accesso alla tutela risarcitoria non patrimoniale, può ben essere riferito anche alle previsioni contenute nella Carta Costituzionale, essendo in quest’ultima legge suprema riconosciuti i diritti inviolabili della persona necessariamente da tutelare.
Si è quindi superato l’ostacolo della rigida tipicità dell’art. 2059 c.c., includendo nella categoria del danno non patrimoniale, sia quello previsto da una specifica disposizione di legge, sia quello attinente alla lesione di interessi afferenti la sfera personale dell’individuo e dei suoi diritti inviolabili riconosciuti dalla Costituzione e dalle Carte internazionali.
Grazie agli evidenziati sviluppi ermeneutici, prima dei quali la giurisprudenza aveva coniato svariate poste autonome di danno non patrimoniale al fine di colmare le lacune legislative in tema di tutela risarcitoria della persona, oggi il danno non patrimoniale viene concepito dalla giurisprudenza di legittimità in modo unitario, comprensivo del danno biologico in senso stretto, del danno morale soggettivo e degli ulteriori pregiudizi derivanti dalla lesione di diritti fondamentali della persona, risarcibili anche se il fatto non costituisce reato.


Il danno non patrimoniale, quindi, come modellato dalle Sezioni Unite in un recente arresto seguito alla richiamata rivoluzionaria operazione ermeneutica, non è scomponibile in categorie suscettibili di autonomo ristoro, atteso che il danno biologico, il danno morale e il danno esistenziale costituiscono mere descrizioni dei vari pregiudizi che un soggetto può subire dalla condotta illecita altrui, tutti rientranti in una categoria unitaria di danno.


Il sistema della responsabilità civile, così come modellato dal diritto vivente al fine di adeguarlo alla centralità dei diritti inviolabili dell’uomo, si presenta quindi connotato da un ampio ventaglio di tutele incastonate in un quadro dai confini ben delineati connotati da tipicità. Infatti, i riferiti pregiudizi che compongono il danno non patrimoniale, sono risarcibili solo nell’ipotesi di reato e nei casi di lesione dei diritti fondamentali e inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione e, quindi, in presenza di un’ingiustizia costituzionalmente qualificata dell’evento di danno e se sussiste la gravità dell’offesa.

LE VOCI DEL DANNO NON PATRIMONIALE
Nella categoria del danno non patrimoniale rientrano, a mero titolo descrittivo, il danno biologico, inteso come lesione all’integrità psicofisica medicalmente accertabile ed il danno morale, ossia il turbamento dell’animo che non sconfina in una degenerazione patologica, atteso che in tale ultima ipotesi, il danno morale rimane assorbito dal danno biologico, costituito da ogni sofferenza fisica e psichica conseguente al fatto illecito.
In tale ottica, costituisce duplicazione di risarcimento la congiunta liquidazione del danno biologico e del danno morale, né tampoco è corretto liquidare quest’ultimo in misura percentuale del danno biologico, in quanto il primo rimane assorbito dal secondo. Infatti, se dalla sofferenza deriva una lesione all’integrità psicofisica accertabile mediante una valutazione medico-legale, dovrà risarcirsi solo il danno biologico, che il giudice riconoscerà personalizzandolo in sede di liquidazione sulla scorta dei vari pregiudizi sofferti dalla persona lesa dalla condotta illecita, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza.
Per il medesimo principio e alla luce dell’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., per le Sezioni Unite non è più configurabile come autonoma voce di danno, neppure il danno esistenziale, in quanto nel danno biologico c.d. dinamico rientra anche il danno alla vita di relazione e quindi i pregiudizi di natura esistenziale concernenti gli aspetti relazionali della vita.
V’è da aggiungere, altresì, che nell’ambito della responsabilità civile, il danno suscettibile di ristoro deve essere connotato da ingiustizia e, quindi, essere un danno sine iure, ossia non consentito dall’ordinamento e arrecato in assenza di giustificazione e, contra ius, cioè lesivo di un interesse giuridicamente rilevante e meritevole di tutela, come sopra delineato.
Con tale ultima accezione viene inteso il danno evento, che si distingue dal danno conseguenza per essere quest’ultimo l’oggetto dell’obbligazione risarcitoria e, segnatamente, il pregiudizio arrecato alla sfera giuridica della vittima dell’evento dannoso.

LA CAUSALITA’ GIURIDICA E MATERIALE

Alla duplice valenza del danno nella struttura dell’illecito aquiliano, corrisponde un duplice rapporto causale. Segnatamente, occorre, da un lato, la causalità materiale o di fatto, ossia il nesso che collega la condotta all’evento e, dall’altro, la causalità giuridica, cioè il rapporto tra la lesione dell’interesse protetto e le conseguenze pregiudizievoli.
L’accertamento del nesso di causalità materiale verifica l’imputabilità oggettiva dell’evento lesivo al suo autore e dunque ha la funzione di individuare il responsabile del danno.
Tale accertamento si conduce facendo applicazione delle regole ermeneutiche elaborate con riguardo alla causalità penale nell’ambito dei reati ad evento naturalistico e, segnatamente, della teoria della condicio sine qua non o condizionalistica, secondo cui la condotta è causa dell’evento quando è condizione necessaria di esso sulla base di un giudizio controfattuale da compiersi ex post facendo applicazione di leggi scientifiche di copertura, aventi carattere universale o statistico.
Tale criterio, conducendo, tuttavia, ad una moltiplicazione all’infinito degli antecedenti causali, trova un temperamento nel criterio della causalità adeguata, in base al quale, tra tutte le serie causali che concorrono a determinare l’evento lesivo rilevano solo quelle rispetto alle quali quest’ultimo si pone come conseguenza normale e regolare secondo l’id quod plerumque accidit.
Pur essendo identico il procedimento che conduce alla ricostruzione del nesso di causalità materiale in campo civile e penale, muta la regola probatoria, in quanto in ambito penale, essendo in gioco la libertà personale del soggetto al quale viene imputato l’illecito, occorre un accertamento del nesso causale tra condotta ed evento in termini di certezza processuale prossima a cento, ossia oltre ogni ragionevole dubbio, mentre in ambito civile è sufficiente l’applicazione della regola del “più probabile che non”.
La c.d. causalità giuridica, invece, mira a delimitare l’area del danno risarcibile, tracciando i confini del c.d. danno giuridico, che può non coincidere con il danno naturalistico, ossia con l’insieme delle alterazioni che derivano dall’evento lesivo.
Nel dettaglio, per l’accertamento del danno e per la sua valutazione occorre fare riferimento agli artt. 1223, 1226 e 1227 secondo comma c.c., richiamati dall’art. 2056 c.c. Sicché, è risarcibile il danno, nella sua duplice componente di danno emergente e lucro cessante, che sia conseguenza diretta e immediata dell’illecito, ovvero anche mediata e indiretta, ma normale e prevedibile secondo il criterio della regolarità causale e che, infine, non sia evitabile usando l’ordinaria diligenza.

DANNO EVENTO E DANNO CONSEGUENZA
Tornando alla distinzione tra danno evento e danno conseguenza, per lungo tempo il dibattito in dottrina ed in giurisprudenza si è concentrato sulla ricerca degli esatti confini del danno ingiusto risarcibile e, più di recente sul caso in cui, pur a fronte dell’evidente lesione di un bene di rango costituzionale, manchi o non sia evidente il danno conseguenza.
In particolare, per la giurisprudenza di legittimità, avallata dal Giudice delle leggi, la tutela risarcitoria non può prescindere dalla compresenza del danno evento e del danno conseguenza e, quindi, non solo della lesione in sé dell’interesse giuridicamente rilevante per l’Ordinamento, ma anche dell’effettivo apprezzabile pregiudizio alla sfera giuridica personale o patrimoniale del danneggiato in base al quale commisurare il risarcimento.
La necessaria compresenza del danno evento e del danno conseguenza, trova conferma nella evoluzione dell’orientamento giurisprudenziale in tema di danno biologico, ossia del danno derivante al bene salute suscettibile di accertamento medico-legale.

DANNO TANATOLOGICO E DANNO CATASTROFALE
Emblematico è il caso del c.d. danno da morte immediata, altrimenti detto danno tanatologico, che ha suscitato vivaci contrasti in dottrina ed in giurisprudenza, necessitando un duplice intervento delle Sezioni Unite per dirimere il conflitto.
Nel dettaglio, secondo l’orientamento ormai prevalente, occorre al riguardo distinguere le ipotesi in cui la morte sopraggiunga immediatamente od a breve distanza dalla lesione, da quella in cui la vittima sopravviva per un apprezzabile lasso di tempo. In tale ultima ipotesi, l’incidenza negativa sul bene salute sarebbe tale da tradursi in danno biologico, facendo sorgere nel patrimonio della vittima un diritto risarcitorio trasmissibile agli eredi, mentre nel caso di decesso immediato non sarebbe configurabile un diritto risarcitorio per il difetto del danno conseguenza, inteso quest’ultimo come pregiudizio alla sfera giuridica soggettiva della persona offesa dall’evento dannoso.
In particolare, nell’ipotesi di morte sopraggiunta dopo un apprezzabile lasso di tempo dall’evento lesivo, quantificabile in qualche giorno, la giurisprudenza riconosce il c.d. danno biologico terminale, che è il danno all’integrità psicofisica patito dalla vittima, accertabile con valutazione medico-legale e liquidabile, in quanto danno conseguenza, secondo il sistema tabellare in ragione del numero di giorni di inabilità temporanea in cui la vittima è sopravvissuta.
Controversa è, invece, la rilevanza della consapevolezza della vittima dell’incombente evento morte, essendovi un orientamento che non ritiene configurabile un diritto al risarcimento nell’ipotesi in cui nel lasso di tempo che precede la morte si versi in stato di incoscienza, mentre per altro pensiero assume rilevanza la lesione in sé dell’integrità fisica a prescindere dalla sua effettiva percepibilità.
Quanto, invece, al danno tanatologico, lo stesso viene definito come pregiudizio al diritto alla vita della persona inferto dall’autore dell’illecito, qualora ne derivi la morte immediata o strettamente consecutiva all’evento dannoso.
Secondo la tesi prevalente, confermata in ultimo dalle Sezioni Unite (sentenza n. 15350/2015), in tale ipotesi non rientrerebbe nel patrimonio della vittima un diritto risarcitorio, sia per la mancanza di un referente normativo, sia perché non sarebbe configurabile un danno conseguenza, in quanto nel caso di morte immediata, la vittima non potrebbe anelarne il ristoro, né percepirne le conseguenze pregiudizievoli per il breve lasso di tempo intercorrente tra l’evento ed il decesso.
In particolare, l’oggetto del risarcimento è la perdita di una situazione giuridica soggettiva cagionata dalla lesione, che per essere percepita come tale occorre un apprezzabile lasso di tempo, non rilevando l’evento perdita in sé, ma le sue conseguenze.
Un altro aspetto posto a sostegno dell’irrisarcibilità del danno tanatologico è la relazione tra il diritto alla vita ed il diritto all’integrità fisica, ritenuti diritti distinti.
Nel dettaglio, la morte non è ritenuta lesione massima del diritto alla salute, ma un bene autonomo, con la conseguenza che la lesione dell’integrità fisica con esito letale immediato non può mai configurare un danno biologico, ma un danno alla vita, la cui perdita, coincidendo con il venir meno del soggetto e della sua capacità giuridica, non può fare acquistare alcun diritto al risarcimento da parte di chi non è più in vita.
Si tratta, quindi, di un diritto adespota, al pari del diritto a non nascere oggetto di un altro recente arresto da parte delle Sezioni Unite, atteso che finché si è in vita non vi è perdita del bene vita, mentre all’atto della morte non si è titolari di alcun diritto, né si è in grado di acquistarne, per la contestuale perdita della capacità giuridica.
Tuttavia, a compensare tale fisiologica carenza di capacità di acquisire diritti al momento della morte, sopperisce la tutela penale, sì da non potersi configurare un vuoto di tutela a tale irreversibile ed estrema lesione del diritto supremo di ciascun essere umano.
Parimenti sopperisce il riconoscimento del c.d. danno catastrofale, consistente nel pregiudizio correlato alla sofferenza provata dalla vittima che consapevolmente attende con lucida agonia il momento inesorabile della sua dipartita.
Si tratta di un profondo patimento psicologico che interviene nel lasso temporale, anche breve, intercorrente tra la lesione e la morte, non sufficiente a far sorgere una malattia medicalmente accertabile e, quindi, un danno biologico, ma sicuramente un danno non patrimoniale per il sentimento di sconforto e di disperazione che insorge nell’individuo consapevole di una morte certa ed imminente.
A tale patimento può riconoscersi il danno morale del quale, infatti, sussistono tutte le caratteristiche, quali la sofferenza, il patema d’animo e la disperazione della morte imminente.
Tale voce di danno, essendo entrata nel patrimonio della vittima prima del suo decesso, è trasmissibile agli eredi alla sua morte nei limiti delle rispettive quote, ma, anche in questo caso, solo se quest’ultima sia stata nelle condizioni di percepire il suo status, non anche quindi nell’ipotesi di incoscienza.
In conclusione, l’evoluzione dell’orientamento pretorio ha consentito un’estensione dei diritti risarcibili sino a comprendere i diritti inviolabili della persona, mantenendo al contempo il sistema della responsabilità civile nell’alveo della tipicità ed esigendo l’imprescindibile coesistenza di una serie di requisiti necessari per l’accesso alla tutela risarcitoria del diritto non patrimoniale, tra i quali si segnala il danno evento, il danno conseguenza e la necessaria capacità giuridica per l’acquisizione del diritto risarcitorio.
È quindi escluso dall’alveo dei diritti risarcibili, il danno tanatologico, in quanto diritto adespota, sorgendo contestualmente alla perdita della capacità giuridica della vittima dell’evento lesivo.

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