Concorso eventuale e patto di scambio politico mafioso

focus concorso eventuale

Rapporto tra concorso eventuale e patto di scambio politico mafioso

(di Avv. Stefania Giordano)


1. IL CONCORSO EVENTUALE DI PERSONE NEL REATO

Il concorso eventuale di persone nel reato, ricorre nelle ipotesi in cui più persone concorrono alla realizzazione di una medesima fattispecie criminosa avente carattere astrattamente monosoggettivo, così distinguendosi dal concorso necessario, nel quale la pluralità di agenti assurge ad elemento costitutivo del reato.

La definizione del concorso eventuale, non fornita dal Codice Penale, può agevolmente ricavarsi dall’analisi della struttura dei reati a concorso necessario e dall’art. 110 c.p., che nel sottoporre tutti i concorrenti al medesimo trattamento sanzionatorio previsto per lo specifico reato consumato o tentato, contiene una clausola generale finalizzata a integrare la disciplina dei reati monosoggettivi contemplati nella parte speciale del Codice Penale, allorquando questi ultimi vengano commessi con l’apporto concreto di più soggetti.

Il fondamento sostanziale dell’accennata disciplina sanzionatoria, volta a tipizzare azioni non sufficienti da sole ad integrare gli estremi di una fattispecie criminosa, pur fornendo un contributo alla realizzazione del fatto tipico, affonda le sue radici nella maggiore capacità criminosa del gruppo, le cui azioni finalizzate al raggiungimento di un unico risultato, perdono il carattere dell’individualità per diventare un unico fatto comune a ciascun concorrente.

Tale forma di manifestazione del reato, quindi, si connota innanzitutto per la pluralità di agenti, che non deve essere inferiore alle tre unità, al fine di distinguersi dal reato monosoggettivo realizzabile anche da due soggetti.

Occorre, altresì, che ciascun concorrente si adoperi in modo effettivo e concreto per il perseguimento del fine criminoso e che quest’ultimo si realizzi, quantomeno nella forma del tentativo, non essendo sanzionabile, così come dispone l’art. 115 c.p., il mero accordo o l’istigazione non seguiti dalla realizzazione dell’illecito, salvo espressa disposizione di legge.

Nel dettaglio, il contributo del concorrente può assumere la forma del concorso materiale o del concorso morale. Ricorre la prima ipotesi nel caso in cui il soggetto compie, in qualità di coautore o complice, uno o più atti che costituiscono l’elemento materiale del reato, mentre si avrà concorso morale quando la condotta dell’agente si esplica sotto il profilo di apporto psicologico, facendo sorgere o istigando il proposito criminoso.

L’ulteriore elemento che connota il concorso eventuale, è quello soggettivo, consistente nella volontà di concorrere con altri soggetti nella realizzazione della fattispecie tipica, senza la necessità di un preventivo accordo, potendo lo stesso ricorrere anche durante l’esecuzione del reato.

Con specifico riguardo alla responsabilità dei concorrenti, il Codice Penale adotta il sistema della pari responsabilità, riconducendo alla fattispecie concorsuale tutte le concotte eziologicamente legate all’evento lesivo, salvo poi graduare il trattamento sanzionatorio nell’ambito della cornice edittale stabilita per lo specifico reato, sulla scorta dell’effettivo contributo causale e del disvalore della condotta assunta da ciascun concorrente.

Delineati i caratteri del concorso eventuale, merita un accenno anche l’ambito di applicazione dell’art. 110 c.p. con particolare riguardo ai reati a concorso necessario, che si distinguono in propri ed impropri, a seconda che l’obbligo giuridico violato e, quindi, la rilevanza penale della condotta, gravi su ciascuno dei concorrenti o su uno solo di essi.

Ebbene, in considerazione della peculiare funzione integrativa che assolve la clausola generale contenuta nell’art. 110 c.p., tale disposizione non è certamente applicabile ai reati a concorso necessario improprio, non essendo consentito estendere la sanzione anche a quei soggetti le cui condotte non assumono rilevanza penale per il Legislatore.

Sarebbe, invece, possibile, far ricorso alla richiamata disposizione normativa al fine di sanzionare le condotte poste in essere dai concorrenti necessari che assumono i caratteri dell’atipicità, ossia le condotte diverse da quelle specificamente tipizzate dal Legislatore.


2. IL CONCORSO ESTERNO NEL REATO DI ASSOCIAZIONE DI TIPO MAFIOSO


Fatta tale doverosa premessa, occorre procedere alla disamina del concorso eventuale (c.d. esterno) nel reato di associazione di tipo mafioso disciplinato dall’art. 416 bis c.p.

Sul punto giova premettere che il reato di associazione di tipo mafioso, si contraddistingue per essere un reato di pericolo plurisoggettivo proprio, in quanto l’art. 416 bis c.p., nel punire chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso composta da almeno tre membri, anticipa la soglia di punibilità alla partecipazione e, quindi, a prescindere dalla commissione di delitti.

La disposizione in esame cura, altresì, di definire tale forma di associazione, specificando che deve intendersi associazione di tipo mafioso quella i cui membri si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo, al fine di provocare nei soggetti con i quali i partecipanti entrano in contatto, condizioni di assoggettamento e comportamenti omertosi che consentono ai componenti del consorzio criminale di controllare, tra l’altro, le attività economiche e l’esercizio del voto nelle consultazioni elettorali e di commettere gli ulteriori delitti indicati dalla norma.

Tale reato, disciplinato all’interno del Titolo V in tema di delitti contro l’ordine pubblico, in verità è ritenuto un reato plurioffensivo, in quanto lesivo anche dell’equilibrio del mercato, dell’ordine democratico e del buon andamento della pubblica amministrazione, avuto riguardo alla progressiva espansione del fenomeno criminale in tutti i settori dell’ordinamento.

In considerazione delle peculiarità che connotano il reato associativo di stampo mafioso, è sorto e sussiste tuttora, sia in dottrina che, inizialmente, anche nella giurisprudenza, un profondo ed insanabile contrasto in ordine all’ammissibilità dell’applicazione dell’art. 110 c.p. a tale reato e della stessa legittimità del concorso esterno, ritenuta da una parte della dottrina di creazione pretoria al fine di sanzionare le condotte dei soggetti, non facenti parte del consorzio criminale, che agevolano o rafforzano dall’esterno le finalità illecite e la struttura dell’associazione mafiosa.

In particolare, l’orientamento contrario all’ammissibilità del c.d. concorso esterno nel reato di associazione di stampo mafioso, trae l’abbrivio, in primis, da motivi di ordine dogmatico teleologico, ritenendo incompatibile la fattispecie del concorso eventuale nei reati a concorso necessario, avuto riguardo alla specifica funzione dell’art. 110 c.p., volta a integrare la disciplina delle sole fattispecie monosoggettive di reato nei casi in cui quest’ultimo venga commesso con la partecipazione di più soggetti.

I sostenitori della tesi negazionista, affermano, altresì, che l’art. 416 bis c.p., punendo solo coloro che costituiscono e fanno parte dell’associazione di stampo mafioso, non lascerebbe spazio ad altri soggetti e men che meno alla figura dell’extraneus, ritenuta, peraltro, del tutto sovrapponibile a quella del partecipante, nelle ipotesi in cui il primo fornisce un concreto apporto al consorzio criminale nel perseguimento del programma criminoso.

Tale orientamento è stato criticato dalla giurisprudenza, il cui orientamento, dopo un iniziale oscillamento, si è consolidato sull’ammissibilità del concorso esterno, grazie al contrasto composto dalle Sezioni Unite, che con quattro arresti ha delineato i tratti caratterizzanti della fattispecie.

Con specifico riguardo alla lamentata inammissibilità della fattispecie del concorso esterno, in quanto asseritamente in contrasto con il principio di legalità, la giurisprudenza nega espressamente la matrice pretoria della fattispecie del concorso esterno, essendo quest’ultima frutto dell’applicazione della clausola generale contenuta dall’art. 110 c.p., peraltro espressamente consentita dall’ordinamento, come emerge dall’inciso contenuto nell’art. 418, primo comma c.p.

Quanto, invece, all’extraneus, il Supremo Consesso esclude la sovrapponibilità di tale figura con quella del partecipante, in ragione delle evidenti differenze che contraddistinguono le due posizioni all’interno dell’associazione mafiosa.

In particolare, secondo le Sezioni Unite, il partecipante o affiliato è colui che nella struttura associativa è compenetrato in modo stabile, assumendo uno specifico ruolo funzionale al perseguimento delle finalità dell’associazione, della quale vuole far parte ed è chiamato a parteciparvi, condividendone l’ideologia, l’affectio societatis e le sorti ed assumendo il cogente obbligo nascente dall’affiliazione, di offrire la propria dedizione e incondizionata collaborazione per il perseguimento del programma criminoso.

Il concorrente esterno, invece, non fa parte del tessuto associativo, né tampoco è animato dall’affectio societatis, ma fornisce dall’esterno un concreto, specifico e volontario contributo, anche occasionale, idoneo alla sopravvivenza o al rafforzamento dell’organizzazione criminale e ad agevolare la realizzazione delle sue finalità, alimentandone il potere e l’infiltrazione nei gangli dei più svariati settori della società o anche di uno solo di essa, senza con ciò condividerne il programma e l’ideologia.

Anche sotto il profilo dell’elemento soggettivo, v’è differenza tra il partecipante e il concorrente esterno, assumendo il primo una condotta connotata da dolo specifico in quanto improntata al perseguimento del programma criminoso dell’associazione, mentre può configurarsi a carico del secondo un dolo diretto, dato dalla consapevolezza della posizione e della forza criminale dei soggetti con i quali interagisce e della conservazione e rafforzamento della cosca quale conseguenza certa o altamente probabile della sua condotta agevolativa.

L’elemento che invece accomuna il concorso esterno e l’associazione di stampo mafioso, è il carattere permanente dei due reati.

Nel dettaglio, il reato di associazione di stampo mafioso si perpetra fino allo scioglimento dell’associazione o al recesso del partecipante dalla stessa, mentre il concorso esterno, soprattutto nello specifico caso del patto di scambio politico mafioso, l’illecito assume connotati temporali indeterminati, in quanto perdura per tutto il periodo della carriera politica del concorrente esterno.


3. IL PATTO DI SCAMBIO POLITICO MAFIOSO


Il patto di scambio politico-mafioso consiste nell’accordo tra il politico e l’associazione mafiosa, in forza del quale in cambio della promessa di voti da procacciare con metodo mafioso, che possa decretare la vittoria della campagna elettorale del politico, quest’ultimo si impegna, una volta eletto, a favorire l’associazione durante la sua carriera politica, fornendo concrete utilità, quali ad esempio, l’aggiudicazione di gare d’appalto o la concessione di posti di lavoro.

Anche tale pactum sceleris, per consolidato orientamento giurisprudenziale, integra il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso ai sensi degli artt. 110 e 416 bis c.p., se è fornita la prova della concretezza e serietà della promessa, da valutare sulla scorta della caratura dei protagonisti dell’accordo, della consistenza dello stesso e della situazione in cui versa in quel determinato contesto storico l’associazione criminale.

Occorre, altresì, perché si configuri la fattispecie del concorso esterno, che il patto di scambio preveda l’accaparramento di voti con l’adozione del metodo mafioso specificamente descritto dall’art. 416 bis c.p. e che la promessa del politico si ponga in rapporto di efficienza causale del concreto rafforzamento del clan, da valutare ex post facendo ricorso al criterio dell’id quod plerumque accidit ed alle massime d’esperienza.

La punibilità di siffatte condotte a titolo di concorso esterno, come affermato dalle Sezioni Unite, trova la sua ragion d’essere nell’incontrovertibile idoneità della promessa voti-favori a fornire un concreto contributo al rafforzamento del potere del clan, accrescendone il prestigio e agevolandone l’infiltrazione nei gangli più importanti della società e della pubblica amministrazione, consentendo così all’associazione, mediante lo sfruttamento dei medesimi personaggi che ha fatto eleggere, il controllo del territorio, dell’elettorato e dei settori più importanti e redditizi dell’economia.

Tanto vale, come accennato, per il solo caso del patto di scambio voti – favori, non anche per quello voti-denaro, disciplinato dall’art. 416 ter c.p., non essendo ritenuta la sola dazione del denaro sufficiente a costituire concreto contributo al rafforzamento di un’associazione come quella di stampo mafioso, connotata da un immenso potere economico e di fatto spinta da ben altre ambizioni.

V’è da dire che nella vigenza del testo ante riforma dell’art. 416 ter c.p., che sanzionava il solo patto voti/denaro, è sorto contrasto in dottrina sulla legittimità dell’applicazione della fattispecie concorsuale al patto di scambio, essendosi affermate sul tema due correnti di pensiero contrapposte.

In particolare, secondo un primo orientamento, l’applicazione del concorso esterno al patto di scambio elettorale doveva ritenersi illegittima, per la violazione del principio di legalità, in quanto nello specifico disciplinato dall’art. 416 ter c.p., che sarebbe stato introdotto dal Legislatore proprio per escludere dalla fattispecie concorsuale tale reato, peraltro, non integrabile fuori dall’ipotesi di scambio voti-denaro.

Secondo altro orientamento fatto proprio anche dalle Sezioni Unite, invece, con l’art. 416 ter c.p. il Legislatore non avrebbe inteso limitare alla sola fattispecie ivi prevista i patti politico mafiosi, avendo anzi voluto sanzionare anche il patto voto/denaro che, in quanto non rientrante nella fattispecie del concorso esterno, sarebbe rimasto altrimenti privo di rilievo penale.


4. IL NUOVO TESTO DELL’ART. 416 TER C.P.


Il dibattito sulla disciplina applicabile al patto di scambio, si è fatto in ultimo ancora più acceso con la riforma dell’art. 416 ter c.p. intervenuta nel 2014, avendo il Legislatore esteso l’oggetto della promessa del politico all’associazione mafiosa anche ad altre utilità oltre al denaro, ipotesi che in precedenza veniva ricondotta alla fattispecie del concorso esterno.

In merito occorre precisare che l’attuale art. 416 ter c.p., rispetto alla versione precedente che delineava un reato plurisoggettivo improprio, in quanto veniva punito il solo politico che offriva denaro alla cosca in cambio di voti, oggi disciplina una fattispecie di reato plurisoggettivo proprio.

In particolare, l’articolo in esame, rubricato “Scambio elettorale politico-mafioso”, sanziona chiunque accetta la promessa di accaparramento di voti mediante il metodo mafioso, in cambio della erogazione, anche sotto forma di semplice promessa, di denaro o di altre utilità. Sottopone, altresì, al medesimo trattamento sanzionatorio anche chi promette di procacciare voti avvalendosi del metodo mafioso, che soggiacerà anche alla pena di cui all’art. 416 bis c.p. per la partecipazione all’associazione di stampo mafioso.

Altra novità di rilievo riguarda la modifica della cornice edittale, ridotta da quattro a dieci anni di reclusione rispetto a quella prevista dall’art. 416 bis c.p.

Dall’esame della norma in commento, emerge che il soggetto che accetta la promessa di voti può essere sia il medesimo candidato della campagna elettorale, sia altro componente del partito o un terzo che interagisce con il promittente dei voti nell’interesse del candidato e nella consapevolezza e volontà che l’accaparramento avvenga con il metodo mafioso.

La norma descrive, inoltre, un reato di pericolo, in quanto il Legislatore anticipa la soglia di punibilità alla mera promessa, a prescindere dall’effettivo mantenimento della stessa, così derogando al limite imposto dall’art. 115 c.p.

V’è da evidenziare, inoltre che, secondo un orientamento, l’art. 416 ter c.p. descriverebbe la condotta dell’estraneo al sodalizio, in modo diverso ma allo stesso tempo complementare rispetto a quella del reato di concorso esterno nella forma del patto elettorale politico-mafioso ex artt. 110 e 416 bis c.p.

Lo scambio elettorale politico mafioso, quindi, si porrebbe in rapporto di sussidiarietà implicita con il concorso esterno, rappresentando una forma di aggressione più lieve al medesimo bene tutelato dall’ordinamento.

Ciò in considerazione del fatto che, per l’integrazione della fattispecie del concorso esterno nella forma del patto di scambio politico mafioso, occorre la prova, in quanto reato di evento, dell’effettivo contributo al rafforzamento dell’associazione, mentre per la fattispecie di cui all’art. 416 ter c.p., che si caratterizza per essere un reato di mera condotta, è sufficiente dimostrare la conclusione del patto a prescindere da un contributo eziologico al sostentamento del clan.

Per gli anzidetti motivi, costituendo le due fattispecie, forme di progressione offensiva del medesimo bene giuridico, qualora si configurino i presupposti per l’integrazione della fattispecie del concorso esterno, il reato di scambio elettorale degraderebbe ad antefatto non punibile, rimanendo assorbito e consunto nell’evento determinato.

Altro orientamento, invece, esclude il rapporto di specialità tra le suddette norme, che quindi potrebbero essere contestate in concorso, qualora si accerti la promessa di scambio elettorale ed anche il contributo concreto al rafforzamento dell’associazione mafiosa, mediante il mantenimento anche parziale della suddetta promessa.

Tra le due soluzioni prospettate, si ritiene preferibile la prima, in quanto il fatto previsto dal combinato disposto dagli artt. 110 e 416 bis c.p. comprende in sé quello contemplato dall’art. 416 ter c.p., con la conseguenza che, per il principio di consunzione, le prime sono destinate a prevalere sulla seconda.

A conferma del dedotto valga il diverso regime sanzionatorio previsto dalle due fattispecie criminose, costituendo il più severo derivante dal combinato disposto degli artt. 110 e 416 bis c.p. il riflesso di un giudizio di disvalore giuridico rilevante anche ai fini dell’individuazione della norma destinata a prevalere sull’altra.

 

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Author: Avv. Stefania Giordano

Area di competenza:
Diritto Civile e Commerciale, Processo Civile telematico.
Abilitata all’esercizio della professione forense nel 1999, esercita l’attività professionale a Palermo nell’ambito del diritto civile e commerciale.
E’ componente dell’Associazione Centro Studi Processo Telematico – CSPT – che riunisce numerosi studiosi di informatica giuridica e processo telematico. Nata dall’idea di costituire un osservatorio permanente sulla informatizzazione dell’attività giudiziaria in materia civile, penale, amministrativa, contabile e tributaria, abbraccia tutti i campi dell’informatica giuridica con il preciso scopo di divulgare le conoscenze in questa materia. http://www.cspt.pro/
E’ fondatore del sito di informazione giuridica e giustizia telematica, Nostralex (https://www.nostralex.it/), i cui contenuti mirano a facilitare l’approccio degli operatori del diritto al processo telematico e all’utilizzo delle notifiche a mezzo posta elettronica certificata, mediante la pubblicazione di guide, risorse, utility, commenti a sentenze e approfondimenti sullo specifico tema.
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