La prova in giudizio della qualità di erede


Nel processo civile assume rilevanza l’atto notorio attestante la qualità di erede se non è oggetto di specifica contestazione (Cass. 26211 del 19.12.2016)


Al fine di stabilire se nell’ambito del processo civile possa assumere rilevanza un atto notorio attestante la qualità di erede, occorre richiamare il principio enunciato dalle Sezioni Unite, Cass. n. 12065 del 2014, che hanno risolto il contrasto giurisprudenziale esistente in argomento.

Le SU hanno stabilito che: “Colui che, assumendo di essere erede di una delle parti originarie del giudizio, intervenga in un giudizio civile pendente tra altre persone, ovvero lo riassuma a seguito di interruzione, o proponga impugnazione, deve fornire la prova, ai sensi dell’art. 2697 cod. civ., oltre che del decesso della parte originaria, anche della sua qualità di erede di quest’ultima; a tale riguardo la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà di cui agli arti. 46 e 47 del d.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, non costituisce di per se prova idonea di tale qualità, esaurendo i suoi effetti nell’ambito dei rapporti con la P.A. e nei relativi procedimenti amministrativi, dovendo tuttavia il giudice, ove la stessa sia prodotta, adeguatamente valutare, anche ai sensi della nuova formulazione dell’art. 115 c.p.c., come novellato dall’art. 45, comma 14, della legge 18 giugno 2009, n. 69, in conformità al principio di non contestazione, il comportamento in concreto assunto dalla parte nei cui confronti la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà viene fatta valere, con riferimento alla verifica della contestazione o meno della predetta qualità di erede e, nell’ipotesi affermativa, al grado di specificità di tale contestazione, strettamente correlato e proporzionato al livello di specificità del contenuto della dichiarazione sostitutiva suddetta.”

Il suddetto principio, quindi, consente di attribuire valore, sia pure a certe condizioni, alla dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà.

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