Danno all’immagine dell’avvocato quando il cliente è temerario


Il cliente è tenuto a risarcire l’avvocato per danno all’immagine se l’azione per responsabilità professionale è infondata e temeraria


favicon2A stabilirlo la Terza Sezione della Corte di Cassazione con la sentenza n. 14644 del 18.07.2016, confermando la condanna del cliente a corrispondere al suo avvocato la somma di Euro 10.000,00 a titolo di risarcimento del danno all’immagine patito dal professionista, per l’infondatezza e temerarietà dell’azione per responsabilità professionale intrapresa in suo pregiudizio.

In particolare, il cliente aveva chiesto la condanna dell’avvocato al pagamento della somma di € 250.000,00 per essere stata dichiarata inammissibile in quanto tardiva, la costituzione di parte civile in suo favore nell’ambito di un procedimento penale dinanzi alla Pretura di Rieti, che gli avrebbe precluso di agire in sede penale per il ristoro dei danni conseguenti al reato di cui sarebbe rimasto vittima.

La domanda risarcitoria veniva rigettata dal Tribunale di Rieti, con sentenza confermata dalla Corte d’Appello de L’Aquila, escludendo la sussistenza di un pregiudizio a causa dell’operato dell’avvocato, in primo luogo, perché l’inammissibilità della costituzione di parte civile non gli impediva in alcun modo di introdurre un autonomo giudizio civile e inoltre perché la definitiva assoluzione dell’imputato escludeva la configurabilità di un danno correlato alla responsabilità penale di questi.

Il Tribunale, accoglieva invece la domanda riconvenzionale, ex art. 96 comma 1 c.p.c., formulata dall’avvocato, condannando il cliente a corrispondergli l’importo di Euro 10.000,00 a titolo risarcitorio, ritenendo l’azione proposta, non solo temeraria, ma anche foriera di un danno all’immagine per il professionista.

La Corte di Cassazione, investita della questione a seguito del ricorso proposto dal cliente per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello de L’Aquila, ha confermato il pronunciamento in quanto correttamente motivato sia in ordine al difetto della normale diligenza dell’azione intrapresa (connessa alla acquisizione dell’esatta conoscenza di norme e di principi giurisprudenziali unanimemente condivisi), sia sulla sussistenza del danno, che giustifica una condanna ex art. 96 c.p.c., per il discredito professionale che la proposizione di una azione risarcitoria per responsabilità professionale manifestamente infondata può comportare nei confronti del professionista, quanto meno per la conoscibilità di essa nel suo ambito professionale, che è quello del Foro, dei giudici e del personale amministrativo con i quali egli si trova ad operare abitualmente.

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