La Corte di Giustizia UE censura l’abuso dei contratti a tempo determinato


Il ricorso a una successione di contratti a tempo determinato per soddisfare esigenze permanenti dell’impresa, è contrario al diritto dell’Unione


I contratti a tempo determinato continuano a far discutere, questa volta nelle aule della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che con la sentenza del 14 settembre 2016 (Causa C-16/15), ha giustificato il loro utilizzo solo per far fronte a esigenze di natura temporanea, congiunturale o straordinaria.

La questione sottoposta alla Corte riguarda il caso di un’infermiera assunta in un ospedale spagnolo con un contratto a tempo determinato rinnovatole agli stessi termini e condizioni per ben sette volte, così lavorando ininterrottamente presso il nosocomio per oltre 4 anni, fino alla comunicazione che il contratto non le sarebbe stato più rinnovato.
Proposto ricorso innanzi al giudice della giustizia amministrativa avverso la decisione volta a mettere fine al rapporto di lavoro, l’infermiera ha lamentato che in realtà era stata assunta non per far fronte a esigenze straordinarie o a un bisogno congiunturale, ma per svolgere un’attività permanente.

Investita della questione la Corte di giustizia europea, quest’ultima con la sentenza in commento ha stabilito che il diritto dell’Unione osta a una normativa nazionale che permette il rinnovo di contratti a tempo determinato per far fronte a esigenze provvisorie di personale se queste esigenze in realtà sono permanenti.

Sul punto rammenta che l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato del 18 marzo 1999 in allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, in forza del quale gli Stati membri devono introdurre misure per prevenire gli abusi di tale forma contrattuale al fine di evitare la precarizzazione dei lavoratori dipendenti, impone ai medesimi Stati di prevedere nella loro normativa le ragioni obiettive che giustificano il rinnovo dei contratti a tempo determinato, la durata massima complessiva entro la quale gli stessi possono essere successivamente conclusi e il numero dei rinnovi possibili.
Quanto al primo dei requisiti, costituito dalle ragioni oggettive del rinnovo, la Corte lo ritiene sussistente solo se si tratta di fronteggiare esigenze provvisorie del datore di lavoro, non anche per l’espletamento di compiti permanenti e duraturi rientranti nell’attività ordinaria dell’impresa.

Ne consegue che la normativa che permette il rinnovo di contratti a tempo determinato per far fronte ad esigenze permanenti e durature nonostante l’esistenza di un deficit strutturale di posti, è contraria al richiamato accordo quadro.

Qui il testo della sentenza 14 settembre 2016, Causa C-16/15 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea

 

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