Compensi professionali: rito applicabile e rimedi impugnatori


La Cassazione fa chiarezza sul rito applicabile e sul mezzo di impugnazione esperibile avverso la decisione sui compensi professionali (Civile Ord. Sez. 6 Num. 25480 del 12/12/2016)


La Cassazione, con la sentenza in commento, si pronuncia sul rito applicabile e sul relativo mezzo di impugnazione da esperire avverso il provvedimento che decide sui compensi degli avvocati in materia civile nelle controversie tra professionista e cliente, subordinando l’applicabilità del rito (ordinario o camerale) alle difese spiegate dalle parti nell’ambito del procedimento.

In particolare, secondo quanto stabilito da una costante giurisprudenza, in tema di compensi per le prestazioni giudiziali degli avvocati in materia civile, il provvedimento con cui il giudice adito, a conclusione di un processo iniziato ai sensi degli artt. 28 e seguenti della legge 13 giugno 1942, n. 794, “non si limiti a decidere sulla controversia tra l’avvocato ed il cliente circa la determinazione della misura degli onorari, ma pronunci anche sui presupposti del diritto al compenso, relativi all’esistenza e alla persistenza del rapporto obbligatorio“, può essere impugnato con il solo mezzo dell’appello e non invece con il ricorso per cassazione, trattandosi di questioni di merito, la cui cognizione non può essere sottratta al doppio grado di giurisdizione (Cass. 21554/2014; 1666/2012; 13640/2010; 960/2009).

Quindi, se il cliente convenuto, nel costituirsi in giudizio, non si limita a far valere questioni attinenti le sole tariffe forensi, ma amplia il thema decidendum contestando anche l’esistenza del rapporto obbligatorio e i presupposti stessi del diritto al compenso, il procedimento non seguirà il rito camerale previsto dagli artt. 29 e 30 della L.794/42 al cui esito viene pronunciata un’ordinanza impugnabile solo con ricorso straordinario in cassazione, ma si applicherà il rito ordinario, secondo prassi del tutto incompatibili con la concentrazione e semplicità di forme caratterizzanti i procedimenti camerali.

Sul punto, i giudici di legittimità richiamano l’orientamento espresso dalle Sezioni Unite con la sentenza 390/2011, secondo cui, l’adozione da parte del giudice di primo grado di quella determinata forma di provvedimento decisorio, qual è la sentenza, risulta il frutto di una implicita, ma inequivoca, opzione per il rito ordinario, in considerazione della quale scelta, il provvedimento, ai fini dell’impugnabilità, va considerato formalmente e sostanzialmente un’ordinaria sentenza, come tale appellabile secondo le regole generali.

Le Sezioni Unite, con la sentenza sopra richiamata, hanno inoltre chiarito l’operare del cd. principio di apparenza, in base al quale l’individuazione del mezzo d’impugnazione esperibile contro un provvedimento giurisdizionale, va fatto in base alla qualificazione data dal giudice, con il provvedimento impugnato, alla controversia e alla decisione, a prescindere dalla sua esattezza.  Ed al fine di accertare se quella determinata forma del provvedimento decisorio sia stata o meno il risultato di una scelta consapevole, va attribuita decisiva rilevanza alle concrete modalità con le quali si è svolto il procedimento.

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